Le attività del Csi nel TG

Attenti alle sofferenze invisibili

(Da L'Eco di Bergamo del 27/11) 

Quante volte, guardando bambine e bambini in campo per una partita, ci preoccupiamo di come stanno quei ragazzini?, quali sogni diano senso al loro vivere quotidiano? quali timori magari abbiano popolato le loro notti tormentando un sonno che non è più sereno da mesi o anni?
Ammettiamolo: i nostri sguardi si posano sulle loro prestazioni sportive. Siamo sempre pronti ad esprimere valutazioni positive se sono bravi o almeno bravini e sorrisi di compiacenza se sono scarsi. Non per niente cerchiamo di mettere in luce il fatto che noi del Csi abbiamo il dovere di trovare un posto in campo per tutti, in particolare per chi è bravo soltanto a “fare barriera”. Già a questo punto il nostro compito è evidentemente più alto e delicato rispetto al semplice vincere le partite per salire in classifica. Recentemente però, in un incontro svoltosi ad Albino, introdotto dall’assessore allo Sport del Comune, signora Emanuela Testa, sul bambino al centro del conflitto tra genitori che si stanno separando o che già lo sono ma tra i quali continua lo scontro, ho avuto certezza che la situazione stia peggiorando. Chi mai si chiede cosa passa nell’animo di queste bambine o di questi bambini che spesso si sentono perduti senza i riferimenti affettivi necessari a crescere serenamente? La domanda è stata fatta nuda e cruda al Csi ed è stato importante poter rispondere che gli allenatori che frequentano i corsi di formazione con noi sono consapevoli di dover attivare le antenne della sensibilità anche per queste particolari situazioni di sofferenza. E di casi ce ne raccontano tanti.
Però a questo punto mi sento in dovere di chiamare in causa i genitori-tifosi quando assistono agli incontri. So per esperienza diretta cosa significhi avere in campo la propria figlia o il proprio figlio. Capisco che i genitori pensino solo a incoraggiare con forza la “propria” squadra in campo dimenticando che il risultato dà il senso all’espressione sportiva ma non educa e non fa crescere. È brutto vedere che ancora troppi genitori sanno tutto della classifica, degli avversari da affrontare, dei modi per vincere il girone, ma nessuno che si preoccupi di donare ai bambini in campo uno sguardo sinceramente affettuoso, sia che siano bravi e vincano, sia che siano scarsi (nella disciplina sportiva) e quindi perdano un po’ troppe partite.
Qui torna a fagiolo il ragionamento sulla scelta degli allenatori del settore giovanile. Per noi i più bravi sono quelli che sanno tener insieme i ragazzi, anche quando la classifica è da epoca glaciale. E non sono solo belle parole.

 

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