Le attività del Csi nel TG

Allenatori vincenti nel girone qualità

(Da L'Eco di Bergamo del 13/11) 

Fare l’allenatore di una squadra giovanile del Csi è uno dei compiti più difficili che ci siano nell’attività sportiva. Il perché è sotto gli occhi di tutti: bisogna saper vincere ma soprattutto saper perdere. In un girone infatti si trovano mediamente dalle 12 alle 15 squadre ed è ovvio che ai primi due-tre posti arriva la minoranza delle squadre partecipanti. L’allenatore deve quindi saper essere un bravo tecnico, che ottiene il massimo dai ragazzi che gli sono stati affidati, e un bravo psicologo perché deve saper motivare i piccoli e i giovani di cui si prende cura anche quando i risultati sono scarsi.
Tutto questo con una premessa fondamentale, ineludibile se ci si iscrive al Csi: il diritto al gioco dei ragazzi. L’allenatore quindi deve provare - preciso: deve - far partecipare tutti i componenti della squadra che gli è affidata. Deve proprio mettercela tutta per cercare di ottenere il miglior gioco e i migliori risultati possibili da quel gruppo e non da una parte soltanto, magari escludendo sistematicamente (mandandoli in tribuna…) i più “scarsi”.
Il nostro è un mondo che premia i più forti, quindi è evidente che il compito dell’allenatore è lacerante, essendo impossibile vincere sempre avendo l’obbligo di far giocare tutti.
Ma questo impegno, che è associativo ma anche etico e morale, punta a risultati ben più nobili di una posizione di alta classifica perché ha per obiettivo la formazione dei giovani e la valorizzazione dello sport come strumento educativo. All’orizzonte c’è una società più equilibrata, giusta, solidale, dove tutti ci si dà una mano e ognuno ha un posto di valore perché è “persona”.
Però, c’è un però. Quanti presidenti riescono a condividere con tutti, e cioè con gli allenatori, i ragazzi e (soprattutto) i genitori, che ci si forma e si cresce tutti insieme anche perdendo le partite? Anzi, soprattutto quando la classifica piange e i ragazzi sanno di poter andar in giro a testa alta perché tutti intorno a loro li sostengono nel loro impegno?
La parola chiave deve essere “impegno”, il resto viene da sé. Oggi non esiste, ma sarebbe bello elaborare un indicatore della qualità educativa delle squadre attraverso il quale, senza perdere la forza selettiva dello sport, si possa gioire anche dell’ultimo posto.
Come sappiamo, il concetto di razza è una forzatura lessicale, ma con licenza di usarlo voglio sottolineare con forza che la razza degli allenatori migliori è quella capace di arrivare magari ultimo in classifica, di festeggiare comunque ad ogni fine partita, di far sentire i ragazzi solidali fra di loro, tra bravi e meno bravi o brocchi, senza perdere i ragazzi strada facendo. Questi sono allenatori per la vita; gli altri, detto tra noi, speriamo siano una razza in estinzione.

 

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