Le attività del Csi nel TG

Pasqua per diffondere profumo di speranza

(Da L'Eco di Bergamo del 08/04) 

In questi giorni, le società sportive del Comitato di Bergamo si sarebbero dovute incontrare per celebrare la Pasqua dello sportivo: come da tradizione, l’appuntamento era fissato per l’altro ieri, lunedì santo. Il coronavirus ce lo ha impedito ma ora non può certamente impedirci lo scambio degli auguri. Quali riflessioni augurali però, in questo tempo così drammatico e inedito? Prendo spunto dalla situazione che stiamo vivendo e dal passo di Vangelo che, vedendoci, sarebbe stato proclamato nella Santa Messa e che avrebbe aperto l’incontro: l’unzione di Betania, ben raccontata nel capitolo 12 del Vangelo di Giovanni.

La prima riflessione. In queste settimane il virus si è diffuso tra noi ad una velocità impressionante, seminando paura, sofferenza e anche morte. Per evitare ulteriormente la sua diffusione, siamo stati costretti a restare distanti e isolati: nemmeno i nostri cari che sono morti a causa sua, hanno avuto la possibilità della nostra vicinanza condivisa.
Anche il racconto dell’unzione di Betania dice di una diffusione: non della morte ma del profumo che Maria, sorella di Lazzaro, versa sui piedi di Gesù, il tutto per lei in quel momento. Anch’esso si diffonde e non manca di attirare l’attenzione. Ma non spaventa, al massimo scandalizza i benpensanti. La prima riflessione che desidero condividere con tutte le nostre società sportive è di poter sempre, anche in questo tempo, attirare l’attenzione. Non per le chiacchiere o il pettegolezzo ma per il buon “profumo” che siamo capaci di diffondere: abbiamo tutti bisogno di tornare a vedere azioni buone e che qualcuno, a piene mani, se ne faccia interprete e le diffonda. Addirittura le sprechi. Purché ci si accorga e non si perda di vista ciò che oggi - e domani - è essenziale.
La seconda riflessione. Il virus è libero e non fa differenze perché colpisce tutti indistintamente. A dire il vero, non sono completamente d’accordo con questa affermazione. Già da qualche giorno, alcune statistiche stanno dicendo che il virus in realtà ha colpito e colpisce quelli più esposti: guarda caso i più poveri. Ma la frase va per la maggiore e quindi mi lascio provocare: in fondo in fondo, anche la nostra cultura “democratica”, ha sempre cercato di perseguire uguaglianza e libertà, benché non sempre ci sia riuscita.
Anche il racconto dell’unzione di Betania parla delle stesse cose. E Giuda, forse il meno adatto tra tutti, se ne fa addirittura intrepido paladino: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Ai suoi occhi, l’operazione di libertà e uguaglianza è fallita. Ai nostri, io direi di no. Perché nel Vangelo, queste due esistono solo se hanno il sapore della fraternità. Quella di cui Maria è capace con Gesù. Quella di cui, forse, ci siamo un po’ tutti dimenticati e che invece la lotta al virus ci sta facendo riscoprire. La seconda riflessione che desidero fare nostra, e soprattutto per il nostro Comitato, è che in questo tempo possiamo riscoprire il gusto della fraternità. Quella che, in nome delle nostre idee da portare avanti ad ogni costo e dei diritti da rivendicare oltremodo, a volte abbiamo rischiato di perdere di vista e che invece ora stiamo lentamente riscoprendo, anche se a caro prezzo.
L’ultimo pensiero. Il virus evoca continuamente lo spettro della morte e, se riesce, mantiene la sua promessa. Così è sempre stato e sempre lo sarà. A meno che, a breve, non si trovi un vaccino che lo contrasti: cosa che tutti in questi giorni stiamo auspicando.
Anche Gesù, nel Vangelo che ci sta accompagnando, non si sottrae a questa dinamica. Evoca la morte - la sua - e sa anche che andrà proprio così: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Ma tanto la evoca e la vive in prima persona, quanto ha un vaccino - la fede in Dio Suo Padre - per non lasciarsi sopraffare da essa e addirittura avere la forza - dalla croce - di pregare per gli altri. La Sua fede è una certezza distesa nel tempo che proprio per questo lo aiuta a non perdere la speranza. Ecco: in questa situazione inedita e drammatica, c’è un grande bisogno di speranza, rintracciabile nella capacità di pregare gli uni per gli altri. Un po’ come Papa Francesco, proprio in queste settimane, ci sta facendo vedere. E se fosse così anche per noi?
Non sarà una Pasqua come quella degli scorsi anni. Ma sarà comunque una buona Pasqua se un poco di tutto questo, un po’ di vita e un po’ di Vangelo, ci sarà entrato nel cuore e nello sport che, come ancora Papa Francesco ha avuto modo di dire domenica scorsa: «In questo periodo […] vengono fuori i frutti migliori dello sport: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, il dare il meglio di sé. Dunque, rilanciamo lo sport per la pace e lo sviluppo». Un abbraccio a tutti e a ciascuno. E buona Pasqua!

 

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